LIBRI
TENERE VIVA LA MEMORIA
Prof, che cos'è la Shoah?

Cosa si sa della persecuzione degli ebrei e dei campi di sterminio nel 2045? Lo storico Frediano Sessi immagina un dialogo fra una docente e una studentessa. Le interviste a Liliana Segre e Nedo Fiano.

Tenere viva la memoria, soprattutto fra le nuove generazioni. Frediano Sessi - docente universitario, storico fra i più apprezzati in Italia e all'estero, autore di numerosi e approfonditi libri sulla persecuzione degli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, si rivolge proprio ai più giovani con il libro "Prof, che cos'è la Shoah?" (Einaudi Ragazzi, 10 euro). E lo fa con un espediente curioso: immaginando, cioè, un dialogo via mail e chat, fra una studentessa di musica "in trasferta" a Berlino e la sua professoressa del Liceo ormai in pensione. Il dialogo avviene nel 2045, a 100 anni dalla liberazione del campo di stermino di Auschwitz. Quando i testimoni di quanto è successo sono ormai scomparsi da tempo e i negazionisti (quelli che negano la realtà dell'Olocausto) prendono nuovo vigore.

Perché ha scelto di ambientare questo colloquio prof-studentessa nel 2045?
Ho voluto, provocatoriamente, suggerire che la memoria della Shoah, può anche finire nell'oblio se non si alimenta la conoscenza storica nelle scuole e nelle università, e se nelle commemorazioni del giorno della memoria viene raccontato come un fatto ormai passato. Nulla garantisce che a cento anni dalla liberazione del campo di Auschwitz le nuove generazioni conoscano questa storia e sappiano capirne il senso per la vita sociale e civile nel presente. Anche oggi, spesso nel giorno della memoria, ci si limita a parlare del passato e dei nazisti, senza pensare come e perché i nazisti sono arrivati a compiere lo sterminio degli ebrei; e con quali collaboratori, silenzi e connivenze. Se la storia della Shoah non si studia in modo approfondito e se non la si usa per leggere quel che accade nella nostra società e nelle nostre comunità, il destino è la dimenticanza attiva di tutto.

Che cosa sanno oggi i giovani della Shoah?
Spesso conoscono la Shoah per linee generali e altrettanto spesso traggono considerazioni pessimistiche sulla natura malvagia dell'essere umano. Con questo libro ho voluto ricostruire i passaggi graduali, legati sia all'ideologia totalitaria e razzista di Hitler, ma soprattutto all'Utopia di una Nuova Europa ariana (utopia nella quale hanno creduto anche altri popoli oltre ai tedeschi e molti intellettuali), alla base di tutto quanto il progetto di sterminio. L'antisemitismo nazista, assai diverso dall'antisemitismo della tradizione, inserito nel progetto di un nuovo mondo, liberato da tutti gli inadatti, da tutti gli esseri inferiori e non perfetti, dunque inserito in un progetto utopico razzista, arrivò fino all'estremo risultato del genocidio, attraverso passaggi lenti e amministrativamente ricostruibili. Poco a che fare con l'odio verso gli ebrei o con la cattiveria dell'uomo, in generale. Il primo gradino è la xenofobia, la paura dell'altro (ebreo, nemico del Reich, disabile ecc.); il secondo passaggio è il razzismo diffuso e condiviso dalla popolazione. Gli altri gradini della scala che porterà alla guerra e alle uccisioni di massa sono una conseguenza di questo percorso, lento e continuo che nessuno dei protagonisti (spettatori e potenze occidentali) ha voluto e saputo fermare. Come ricorda anche Raul Hilberg, i nazisti non odiavano gli ebrei; li consideravano parte di quei settori dei popolazione che non potevano fare parte del loro nuovo mondo millenario. Il passaggio dalla loro esclusione allo sterminio, in questo libro viene raccontato con il ricorso a una documentazione nuova e inedita per l'Italia.

Qual è la sua sensazione?
Penso che le ricostruzioni della Shoah che circolano siano molto assolutorie per tutti noi. In fondo chi si riconosce oggi nel nazista o nel fascista capace di uccidere a sangue freddo donne, uomini e bambini? La memoria della Shoah rischia così di allontanare da noi il rischio che un simile evento si ripeta, in altre forme e in altri modi. Capire, invece, come attraverso tappe graduali, che nemmeno gli esecutori seppero prevedere, ci mette nella condizione di leggere anche oggi i segnali di pericolo. Scrive Primo Levi: "A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un'infezione latente; si manifesta in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene [...] allora al termine della catena, sta il Lager" (Introduzione a Se questo è un uomo). Levi aveva capito, subito, che all'uomo comune è possibile questa terribile avventura. A noi oggi serve una lettura non rassicurante della Shoah che ci faccia piangere e commuovere, magari ripetere "mai più". Dobbiamo invece capire che quel male radicale che ha prodotto quella storia può ancora diventare parte delle nostre scelte sociali e politiche.

La scuola fa abbastanza?
Non conosco i programmi scolastici nel profondo. So che molti insegnanti si spendono generosamente anche al di fuori dell'orario per trasmettere conoscenza e pratiche quotidiane (come l'altruismo, la solidarietà ecc.) in grado di formare gli studenti a una cultura della responsabilità. Questi insegnanti spesso si lamentano dei programmi scolastici e delle riforme che tendono a dare poco peso alla contemporaneità e alla storia del 900.

Come spiega questi rigurgiti nostalgici che spuntano in Europa?
Non mi preoccupano. Sono il prodotto di una minoranza che non merita la nostra attenzione. Più preoccupante è invece la crescita in Italia e in Europa di una nuova xenofobia e di nuove forme di razzismo, o di difesa della nazionalità come se l'essere italiani, francesi o tedeschi (europei) sia un privilegio da riservare a pochi! Questo fenomeno è assai più preoccupante di poche centinaia di nostalgici.

Che cosa direbbe a chi insulta sui social Liliana Segre?
Forse non meritano l'attenzione che è stata data loro. Ma il fenomeno degli insulti via social è del tutto nuovo; è una forma di comunicazione che ancora non è stata studiata a fondo e che riguarda molti personaggi pubblici. Nasconde un pensiero di odio, ma anche un disagio. Credo proprio che la signora Segre sappia che queste persone non abbiano nemmeno provato a capire la profonda ferita e il dolore sempre vivo che rappresenta il Lager, Birkenau, l'essere considerati appartenenti a una parte di quella umanità cui non veniva riconosciuto il diritto di vivere. La sua è una storia e una ferita che non può essere sanata da nessuno. Questo chi la insulta non lo sa e non lo vuole certo capire. La sua sola presenza, la sua voce, turba questi animi, come turba tutti noi perché è un monito. E oggi sappiamo che questo monito forse non è così ascoltato. Io ringrazio Liliana Segre anche per la sua pacatezza e per non essersi fermata di fronte alle minacce. Ha dato una testimonianza di grande rigore morale e di grande coraggio.

Intervista a LILIANA SEGRE

Intervista a NEDO FIANO
 

 

 

23/01/2020
Mauro Cereda - mauro.cereda@cisl.it
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